sabato 13 marzo 2010

Comunità cristiane per il XXI secolo

Mi sono sempre occupato dell’ecclesiologia nel suo aspetto teorico-teologico, qualcosa di necessario. Ma principalmente è stato oggetto del mio studio il passo seguente di tutta la riflessione: renderla carne, metterla in pratica, realizzarla in mezzo alla realtà delle chiese.

Due articoli, una conversazione e la preoccupazione poco fa segnalata mi suggeriscono alcune riflessioni sul fatto comunitario cristiano nel suo aspetto liturgico.

In uno degli articoli che ho letto questa settimana si segnalava un fenomeno che sta sperimentando l’Unione Battista Britannica. Si tratta del considerevole aumento della frequenza ai suoi culti in rapporto alla diminuzione dei membri di chiesa. L’autore dell’articolo commentava la reticenza delle persone ad assumere impegni con le chiese locali.

Il secondo articolo faceva riferimento alla massiccia uscita dei cristiani latinoamericani dalle chiese istituzionali statunitensi per formare ciò che l’autore denomina “chiese organiche”. Gruppi di cristiani che si riuniscono nelle case senza le strutture proprie delle comunità istituzionali, per condividere le loro differenti esperienze di fede, la lettura delle Scritture e la Cena del Signore. Sono incontri, a mio modo di vedere, dove la conversazione prende il posto del discorso-sermone.

La conversazione che ho menzionato aveva a che vedere con le diverse comprensioni della liturgia da plasmare nelle celebrazioni domenicali cristiane. Parlavamo specialmente della formalità e dell’informalità di ordine culturale, della musica comunitaria utilizzata. Mentre alcuni cristiani sentono la mancanza dell’utilizzo dell’innologia classica e della formalità durante il culto, altri apprezzano quello che è stato definito “tempo di lode” e gli interventi estemporanei durante la celebrazione.

Quindi, dobbiamo dire che la comunità cristiana si deve reinventare costantemente nella sua riflessione storica. Lo ha sempre fatto, e deve continuare a farlo. Questo reinventarsi deve essere pensato dalla premessa che ci offre Gesù quando affermò che “l'uomo non è stato creato per il sabato”, ma piuttosto il contrario. Da questo punto dobbiamo prestare attenzione ai cambiamenti sociali e di usanze che stanno avvenendo nelle nostre società e nelle persone che ne fanno parte, in modo che la realtà cristiana sia rilevante e conforme alle sane aspettative che il Vangelo solleva.

Desideriamo raggiungere tutti con il Vangelo e perciò, nella maniera paolina, la comunità cristiana essendo libera da tutti, si farà serva di tutti – nella sua determinazione storica – per guadagnarne il maggior numero (1 Cor. 9:19). Per questo, ritengo che le nostre comunità, ben lungi ormai dal concetto antico di parrocchia, dovrebbero plasmare le proprie attività di incontro e di celebrazione su tre aspetti basilari.

Il primo aspetto ha a che vedere con le celebrazioni formali. Ciò significa che la comunità cristiana deve offrire celebrazioni la cui liturgia sia formale per supplire ai bisogni di quei cristiani che sono confortati da questi modelli liturgici (es.: liturgia riformata / innologia classica).

Il secondo aspetto è in relazione con quello che io definisco “liturgia conversazionale”. Cioè una liturgia che essendo formale non è formalista. Una liturgia che concede spazio alla conversazione e che non reprime gli estemporanei. Che utilizza una innologia contemporanea, ma che protegge i suoi contenuti dalla mediocrità di molti dei così mal chiamati “coretti” attuali, nei quali l’intimismo individualista e la fuga dalla realtà, attraverso i loro testi, sono frequenti.

Il terzo aspetto che propongo è lasciare spazio (libero da critica e proselitismo) nella comunità a coloro che, senza essere membri ufficiali o attivi, desiderano frequentare, a volte in modo aleatorio, le celebrazioni e le attività comunitarie.

Le comunità cristiane, senza rinunciare alle loro rispettive identità, devono optare per forme miste di celebrazione e di incontro con il preciso obiettivo di arrivare alle necessità esistenziali di tutti i loro membri e non. Delle comunità che siano spazi in cui tutti i cristiani si accolgono gli uni gli altri, non per contendere sopra opinioni (Rom. 14:1), ma per accompagnarsi reciprocamente nella crescita come persone.

La missione più caratteristica della chiesa è essere assemblea di incontro fraterno in cui i suoi partecipanti recuperano forse per realizzare la propria testimonianza cristiana nelle loro scuole, nei luoghi di lavoro, cristiani e non, sindacati, associazioni di vicini, movimenti sociali, partiti … Da qui l’importanza che le nostre celebrazioni liturgiche e gli spazi di incontro rispondano a tutte le sensibilità esistenti tra i cristiani e le cristiane del XXI secolo.

Ignacio Simal Camps


Da: Lupa Protestante – venerdì 12 marzo 2010
Ignacio Simal, Comunidades cristianas para el siglo XXI. Traduzione di Patrizia Tortora

sabato 23 gennaio 2010

Segnali di emersione - 4

I programmi delle chiese sono orientati a fare emergere ministeri locali valorizzando doti e talenti personali e puntando alla formazione di “quadri” o “intellettuali organici” (qualche volta persino sorvolando sui doni spirituali e la loro tenuta nel tempo). I membri sono quindi risorse per il lavoro della chiesa.

Il “genio” della Riforma protestante fu invece proprio quello di trasformare i laici in “preti”. La dottrina del “sacerdozio universale”, infatti, non fu altro che il tentativo di rendere ogni credente un sacerdote, ossia, non un parroco che ha responsabilità pastorali nella chiesa, ma un sacerdote in grado di mettere in relazione una persona con Dio.

Questa funzione viene riscoperta e ripristinata nelle chiese emergenti. I programmi delle chiese valorizzano soprattutto i doni spirituali e puntano alla formazione di missionari. I membri sono perciò risorse per la missione della chiesa.

sabato 9 gennaio 2010

UNA NECESSARIA MISTICA CRISTIANA (Enric Capò)

Karl Rahner, il noto teologo cattolico, in un’occasione disse che il cristianesimo sarà mistico o non sarà. In questo bisognerebbe dargli completamente ragione. Non credo che la religione cristiana, così come la conosciamo, abbia molto futuro. Sta toccando il fondo. Se dobbiamo giudicarla per l’esperienza europea, dobbiamo riconoscere che ha fatto tutto il possibile per screditarsi e ci è riuscita, sia per quello che si riferisce alle chiese cattolica ortodossa, sia per le chiese evangeliche. Nei circoli più informati della nostra società, non ha nessuna credibilità. E nemmeno tra la gente. E’ rimasta un’inerzia religiosa, rimangono i nostalgici, rimangono quelli che non hanno trovato un’altra forma di vita interiore che quella che forniva la chiesa e costituivano la sua ragione di essere. Restano gli stralci del grande manto religioso che ha coperto l’Europa, fanatici, fondamentalisti, settari... Rimangono anche i grandi edifici, le magnifiche manifestazioni religiose, i frammenti del naufragio...

Affermare questo non significa che tutto è perso e che la fede cristiana non possa dare risposta ai grandi interrogativi della vita, né che la distruzione dell’edificio religioso implichi la sparizione della fede e della testimonianza cristiana. Tra coloro che rimangono nella chiesa ci sono anche, grazie a Dio, i cristiani che ancora mantengono le lampade accese e danno testimonianza di una fede che, sebbene sia spenta nella religiosità popolare, fiorisce ancora e permane nel cuore e nella coscienza di quelli che, in Cristo, hanno trovato la vera via della vita. Però, perfino tra questi, spesso, la formalità depaupera l’esperienza della fede.

Tutti i credenti che sono arrivati a Dio, lo hanno fatto per strade diverse. Alcuni lo hanno fatto per una convinzione intellettuale, altri per affinità religiosa, altri per principi morali. In questo percorso sono intervenuti la mente, il cuore o la coscienza. E’ stata, senza dubbio, un’esperienza positiva e nella sua pratica hanno trovato ricchezza spirituale per le proprie vite. Però, non per tutti questa esperienza di Dio è stata globale, cioè un’esperienza che abbraccia tutto e coinvolge tutto. La fede per molti è rimasta ai margini, nella religiosità, nelle norme, nella moralità, nei riti, nelle usanze... Si limitano ad essere protestanti, cattolici o pentecostali. Non sono andati molto più in là, e ci sono molti che oggi stanno cercando altre esperienze interiori nelle quali trovare la pienezza a cui l’essere umano aspira. E, spesso, lo fanno nei circoli esoterici di altre culture che sono giunte ad esperienze mistiche di grande trascendenza. La mistica è un’esperienza comune a tutte le religioni, ma non sempre trova le strade giuste per esprimersi con chiarezza.

Tra noi evangelici, la mistica non è ben accolta. L’abbiamo associata alle esperienze straordinarie ed irraggiungibili dei grandi mistici spagnoli e ci sembra che sia fuori dalla nostra portata, per il suo carattere straordinario e per non essersi adattata ai parametri della dottrina comunemente accettata. Ma nessuna di queste due caratteristiche deve intimorirci. La fede cristiana si muove sul terreno di ciò che è straordinario, incomprensibile, fantastico e, spesso, anche i grandi credenti, nell’esprimersi con chiarezza, hanno rasentato l’eresia. Pertanto, la mistica è un’opzione cristiana che deve entrare pienamente nella nostra vita di fede. Sicuramente non ci sarà possibile raggiungere le cime che ci descrivono coloro che chiamiamo mistici, però c’è un altro livello, quello della vita di tutti i giorni, in cui l’esperienza mistica deve trovare posto. Le cose ci andranno male se nella nostra vita di fede ci conformeremo ad una convinzione intellettuale, ad una sottomissione alle norme religiose o ad una scelta per ragioni morali. Se non arriviamo ad un altro livello, alla scoperta della presenza di Dio in noi ed alla possibilità della relazione e della comunione con Lui, resteremo ai limiti del cristianesimo, nei suoi postulati puramente religiosi. Resteremo dentro i limiti di ciò che chiamiamo religione cristiana, che è giusta e buona, ma non sufficiente. Perderemo la ragione principale dell’essere cristiani: essere una cosa sola con Cristo e vivere la fede al livello dell’esperienza di Dio.

Il grande mistico che è stato l’apostolo Paolo è un esempio di come vivere la vita cristiana. In Paolo si trova la mistica come esperienza precisa, così come potremmo trovarla in San Giovanni della Croce o in Teresa d’Avila, e la mistica come esperienza quotidiana, di tutti i giorni. Sarà difficile seguirlo nel suo viaggio al terzo cielo (2 Cor. 12:2), ma è gratificante accompagnarlo nel suo viaggio verso la vita interiore (Rom. 7:7) in cui giunge ad una tale comunione con Dio che non gli è più possibile distinguere tra la sua vita e quella di Cristo in lui: “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal. 2:20). E’ una mistica di tutti i giorni che ispirò il pensiero e tutta la vita dell’apostolo. La sua vita e la sua comunicazione della fede sono impregnate dall’esperienza della sua conversione e dalla rivelazione che ricevette (Gal. 1:12) durante il suo soggiorno nel deserto dell’Arabia. Giunse ad una tale intimità con Dio da affermare di avere la mente di Cristo e questa è una possibilità aperta a tutti i credenti (1 Cor. 2:16).

Se non si realizza questa esperienza, è molto dubbioso che possiamo parlare di cristiani nel senso profondo del termine, benché accettabile nel suo significato sociologico. Essere cristiano implica un’unione mistica del credente con Cristo. Si tratta di un incontro con Dio, ma non all’esterno, dove “oggettiviamo” tutto, ma nella vita interiore. Non troveremo Dio attraverso le cinque strade che propone Tommaso D’Aquino per provare la sua esistenza, né nelle speculazioni filosofiche di Anselmo di Canterbury, né nelle grandi cerimonie ecclesiastiche. Non c’è un Dio lì fuori che possa essere trovato dalla ragione umana. C’è un Dio, il nostro Dio, nella profondità della vita, lì dove troviamo noi stessi e, facendolo, ci vediamo nello specchio di Dio.

Cercare Dio implica un viaggio nella parte interiore della vita, nelle sue profondità, dove non ci sono finzioni né scuse, dove troviamo l’autenticità della vita ed in essa quello che realmente siamo: i nostri limiti, i nostri errori, la nostra piccolezza e, al tempo stesso, la nostra grandezza come esseri umani pensati da Dio, amati da Lui e da Lui riscattati. E’ lì, nel più profondo della vita, dove recuperiamo la nostra autostima quando ci sentiamo confrontati con la realtà dell’amore di Dio. La fede non è un credo, né una dottrina, né una pratica, ma un’esperienza di ciò che è trascendentale, del Dio che sta nel fondo della vita, che ci si è manifestato in Cristo e ci invita ad una vita di comunione e di amore. Una comunione che ci trasforma e ci conduce ad una vita nuova, quella dell’amore verso tutti gli uomini, specialmente verso quelli che sono vicini e verso i più piccoli, gli emarginati e gli oppressi del nostro mondo.

L’unione mistica del credente con Cristo è all’origine della pace interiore, della gioia permanente, della vita rinnovata. Non è un atteggiamento di attesa davanti a ciò che ci accadrà nel futuro, né una chiamata alla pazienza nella speranza della realizzazione del regno di Dio. E’ un presente pieno di luce e di gioia. Per chi vive in Cristo, “le cose vecchie sono passate e sono diventate nuove” (2 Cor. 5:17). Vive la nuova realtà del regno di Dio, che non è solo speranza del futuro, ma una promessa ed una realtà del presente. Paolo ci dice che “se speriamo in Cristo per questa vita soltanto, siamo i più miserabili degli uomini” (1 Cor. 15:19), ma è anche vero il contrario: chi spera in Cristo solo per l’altra vita si perde ciò che di più prezioso c’è nel presente.

Chi vive in modo autentico l’unione mistica con Dio, gode di una vita di pienezza. Non ci sono più tenebre né timori. La morte ed il sepolcro hanno perso il loro orrore. Ha sperimentato la nuova creazione in Cristo e nella sua prospettiva del futuro, non c’è nessuna condanna, ciò non significa che sia esente dai mali di questo mondo, ma che si trova nelle mani di Cristo e che Lui ha il controllo della sua vita. Forse non vivrà momenti di esaltazione religiosa, né esperienze straordinarie di Dio, ma questo non è importante. La cosa fondamentale è essersi sintonizzato con Dio e vivere l’esperienza di Dio come un’esperienza quotidiana, rinnovata ogni mattina, vissuta nella gioia della salvezza di Colui che si manifesta come l’Amore: Dio. Naturalmente, il futuro del cristianesimo in Europa e nel mondo è nelle mani di Dio, però lo ha messo anche nelle mani di quei suoi amici di tutti i giorni, che vivono in comunione con Lui e diffondono in questo mondo la sua luce.

Enric Capó (Lupa protestante, sabato 2 gennaio 2010) - http://www.lupaprotestante.com/

Traduzione dallo Spagnolo di Patrizia Tortora

mercoledì 6 gennaio 2010

Segnali di emergenza - 3

I programmi di formazione delle chiese sono orientati a formare membri di chiesa (il pacchetto per i nuovi membri della chiesa di Roma Teatro Valle, ad esempio, è composto dal regolamento, dalla tessera delle contribuzioni e dall’elenco telefonico dei membri). Il messaggio è molto chiaro: seguire Gesù non è altro che essere un buon membro di chiesa, discepolo = membro.
Le chiese sempre più cominciano a porsi il problema di come formare nuovi discepoli di Gesù. Il primo colloquio pastorale con i nuovi membri riguarda sempre più il “contratto” nel quale i nuovi membri esprimono che cosa vorrebbero vedere accadere nella loro vita diventando membri della chiesa, rispetto allo sviluppo personale e spirituale. E’ in questa occasione che il pastore o il Consiglio spiega la formazione e la disciplina spirituale della comunità.
Il fuoco della formazione non è più sulla frequenza alle riunioni della chiesa, ma sulle esperienze di missione nei propri luoghi di vita.

sabato 26 dicembre 2009

Carta per la compassione

Il principio della compassione risiede nel cuore di tutte le tradizioni religiose, etiche e spirituali, e ci chiede di comportarci con gli altri nello stesso modo in cui vorremmo che gli altri si comportassero con noi. La compassione ci spinge senza tregua ad alleviare la sofferenza delle persone, ci fa scendere dal trono posto al centro del nostro mondo per far sì che qualcun’altro possa salirci, ci fa onorare l’inviolabile santità di ogni essere umano, trattando tutti allo stesso modo, senza eccezioni, con assoluta giustizia, equità e rispetto.

E’ altresì necessario, sia nella vita pubblica che in quella privata, trattenersi in modo empatico nell’infliggere dolore. Agire o esprimersi in modo volutamente violento; comportarsi da sciovinisti; concentrarsi sui propri interessi; impoverire, sfruttare o negare i diritti che sono alla base della vita degli esseri umani e incitare all’odio denigrando gli altri – anche se nemici – tutto ciò equivale alla negazione della nostra umanità. Sappiamo di aver fallito nel vivere una vita compassionevole e sappiamo che qualcuno ha persino incrementato la miseria umana in nome della religione.

Per questo chiediamo a uomini e donne

~ di ristabilire la compassione al centro della moralità e della religione

~ di ristabilire l’antico principio secondo il quale sono illegittime le interpretazioni della scrittura in cui si incita alla violenza, all’odio o al disprezzo

~ di assicurare ai giovani un’informazione dettagliata e rispettosa sulle tradizioni, sulle religioni e sulle culture

~ di incoraggiare una visione positiva della diversità culturale e religiosa

~ di essere empatici con chi soffre – persino con chi consideriamo nemico.

In questo nostro mondo polarizzato bisogna urgentemente trasformare la compassione in una forza chiara, luminosa e dinamica. Radicata nella determinazione di trascendere l’egoismo, la compassione può rompere tutti i confini politici, dogmatici, ideologici e religiosi. Nata dalla nostra profonda interdipendenza la compassione e’ essenziale per le relazioni umane e per una piena umanità. E’ il percorso verso la chiarezza ed e’ indispensabile alla creazione di una giusta economia e di una comunità globale pacifica.

lunedì 14 dicembre 2009

Segnali di emergenza - 2

I credenti sono sempre meno attenti alla crescita della chiesa e sempre più sensibili alla trasformazione del proprio ambiente vitale. L’evangelo non è per restare seduti sulle panche, ma per battere le strade. La domanda non è più “come posso far crescere la chiesa”, ma “come posso far crescere il regno di Dio”. L’obiettivo della missione è sempre meno chiamare le persone in chiesa, chiamare le persone a Cristo, e sempre più andare dalle persone, portare Cristo. L’intento evangelistico è sempre meno invitare le persone in chiesa e sempre più infiltrarsi nella società. L’evangelizzazione non è più uno dei programmi della chiesa accanto agli altri, ma è il senso stesso della chiesa che informa ogni sua attività (la chiesa è “missionale”). Gli stessi membri di chiesa dividono i loro contributi tra la chiesa e le altre agenzie di aiuto sociale e molte chiese preferiscono diminuire il contributo alla denominazione per finanziare progetti laici locali come testimonianza della loro presenza sul territorio. Molti vedono la pulizia asettica delle chiese in stridente contrasto con la sporcizia e il degrado delle periferie e una patente contraddizione con la capacità di Gesù di sporcarsi che emerge dai vangeli.

venerdì 27 novembre 2009

Segnali di emergenza - 1

Troppo spesso chi si converte, invece di trovare Cristo, finisce in una chiesa. Sempre più persone lasciano le comunità per preservare la loro fede; sentono che la chiesa non contribuisce più alla loro crescita spirituale, né rappresenta un conforto nei momenti difficili della vita. Si stima che il 5% dei cristiani a livello globale debbano essere considerati senza affiliazione, “post-congregational” nei termini della sociologia ecclesiastica statunitense e che questa percentuale raddoppierà entro quindici anni. I programmi e le attività delle chiese sono giudicati inadeguati ad incontrare la nuova richiesta di genuina vitalità spirituale. Chi si converte vuole trovare una esperienza trasformante (cioè vedere la propria vita trasformata, la propria città cambiata, il proprio contributo valorizzato, il proprio spirito curato, la propria competenza umana accresciuta, ecc.). L’appello cristiano è alla conversione a Cristo e le chiese devono mantenere questa promessa.

lunedì 9 novembre 2009

Caratteristiche ecclesiologiche emergenti (parte II)

La conoscenza e la riflessione teologica è maggiormente distribuita. Come nel cloud computing, la conoscenza non viene “salvata” centralmente sull’hard disk, ma on line, ed è disponibile a quanti vogliono accedervi. Questo significa che sta cambiando radicalmente il modo di relazionarsi alla “verità”. La conoscenza e l’esistenza teologica non risiedono esclusivamente nel mondo accademico, l’unico ad averne la chiave di accesso; ma la riflessione teologica diventa una esperienza condivisa (come avviene con Wikipedia). La chiesa è open source, chi è in grado di dare soluzioni praticabili e condivise ai problemi teologici che si affacciano riceve il riconoscimento dell’autorevolezza (come avviene con Google). Questa “conoscenza corporata” può avvenire solo se tutti sono connessi.

La guida delle comunità è dei “visionari”. Nelle chiese emergenti l’ambiente determina le decisioni. In questa situazione il ruolo della leadership è quella di aiutare la comunità a cambiare la percezione di una situazione. I leader non “annunciano” il cambiamento, ma provvedono le risorse per il cambiamento, in modo che questo dalla base arrivi al vertice. La leadership traccia linee, facilita la comunicazione con l’esterno, connette le persone, collega programmi e attività, e riceve il feedback per un nuovo circolo ermeneutico.

lunedì 2 novembre 2009

Caratteristiche ecclesiologiche emergenti (parte I)

· Le chiese diventano dei “sistemi aperti”. Si percepisce una maggiore apertura verso l’ambiente circostante e il contesto culturale. I confini tra “dentro” e “fuori” la chiesa o tra la vita comunitaria e la vita cittadina sono meno delineati. Questo porta maggiore possibilità di contaminazione e quindi di maggiore squilibrio, ma in generale le chiese sanno essere più sensibili verso quanto avviene nella società circostante e nella cultura, e quindi anche più reattive nel rispondere alle sollecitazioni e in definitiva con maggiore possibilità di incidere positivamente.

· Le chiese sembrano più adattabili. Per il motivo di cui sopra, il genio delle chiese emergenti è di essere molto radicate localmente. Chiese molto simili, anche nella stessa città, possono essere organizzate in modi molto diversi proprio per la loro apertura e capacità reattiva. Questo significa un alto grado di dipendenza della chiesa dal contesto culturale e sociale che la ospita e un alto grado di localismo (non di tipo tribale come lo conosciamo oggi, ma di tipo incarnazionale).

· Le chiese sono più pronte al cambiamento. Qui si vede il circolo virtuoso in cui sembrano inserite alcune chiese: sensibilità all’ambiente, adattabilità, cambiamento e infine capacità di incidere socialmente e culturalmente. Le chiese sono in grado di “imparare”. I piccoli miglioramenti nel ministero comunitario diventano esperienza e patrimonio “in rete”; non si riflette sui cambiamenti da apportare al livello denominazionale (“esperti” che vengono raccolti in “comitati” che producono “documenti” che le comunità “studiano” per poterli poi “applicare” nella propria realtà), ma ogni team pastorale ha la responsabilità, localmente, per il proprio ministero, di apportare tutti i miglioramenti necessari. Sono queste innovazioni di basso profilo che, sul lungo periodo, hanno prodotto, per il loro effetto cumulativo, cambiamenti radicali nella configurazione della chiesa e del suo ministero. Quindi:

o Capacità di ricevere, comprendere ed interpretare i segnali provenienti dall’ambiente

o Capacità di rispondere creativamente attraverso nuove caratteristiche organizzative

o Capacità di influenzare l’ambiente esterno in modo reattivo e creativo

lunedì 26 ottobre 2009

La missione cristiana nella società postmoderna (Mark Ord)

Fra il 5 e il 9 ottobre si è tenuto il primo Baptist Theological Colloquium of Rome presso i locali della chiesa Battista di Teatro Valle. L'iniziativa, promossa dall'UCEBI e la Lott Carey Mission Convention negli Stati Uniti, ha portato teologi e pastori nord-americani, canadesi e italiani insieme per una settimana di discussioni e confronto sul tema: “La Missione della Chiesa in una Società Secolarizzata”. Questi momenti di dialogo sono stati abbinati a visite a luoghi di importanza storica per le chiese cristiane, come ad esempio l'itinerario di San Paolo a Roma e ai Musei del Vaticano.

La discussione e riflessione sono state alimentate dalla presentazione di quattro relazioni. “La Missione Cristiana nella Cultura Postmoderna” presentata dal pastore Italo Benedetti, ha descritto le sfide che le chiese affrontano mentre la società cambia da una paradigma moderno a quello post-moderno. In questo spostamento culturale la gente affronta le questioni di conoscenza e autorità secondo criteri non più di logica e razionalità, ma di una pluralità di narrative ed esperienze. Italo Benedetti ha poi descritto una chiesa emergente, meno preoccupata di struttura e appartenenza e più interessata di questioni di formazione spirituale e umana e la missione di Dio nel mondo.

La professoressa Joyce Bellous della McMaster University in Ontario, Canada ha parlato sulla “Missione in una Età Spirituale”. È partita dalla convinzione che tutte le persone sono spirituali e ha affermato che le chiese, a livello di cura pastorale e missione, farebbero bene ad essere più attente alle diversità di stili o linguaggi spirituali che caratterizzano le persone. La dott. Bellous ha identificato quattro stili, come quelli centrati sulla parola, sull'emozione, sul simbolico e sull'azione e ha sviluppato una risorsa per evidenziare le varie espressioni di spiritualità, mirata ad aiutare le comunità a diventare più alfabetizzate nei vari linguaggi spirituali e quindi più in grado di affrontare e risolvere i conflitti.

Il dott. Douglas Summers ha descritto una gamma di problematiche etiche che si presentano oggi mentre i progressi scientifici e tecnologici e le nuove configurazioni di rapporti umani e le nuove espressioni di sessualità offrono nuove possibilità per la vita e allo stesso tempo sollevano nuovi dilemmi. Nella sua relazione “Etica: la Ricerca della Vita”, ha discusso la tensione tra aderire a principi solidi ed essere comunità che esprimono la compassione di Dio; concludendo che le chiese, nell'affrontare le questioni etiche, si rapportano con persone in situazione di sofferenza e che quindi la priorità delle chiese dovrebbe essere quella di manifestare l’aperta misericordia di Dio.

Il pastore Massimo Aprile nell'ultima relazione intitolata; “il Vangelo per la Nuova Generazione”, ha commentato l'impatto che le nuove tecnologie e i cambiamenti nel vissuto famigliare hanno sui giovani di oggi, notando che questi hanno spesso un percorso di vita più complesso rispetto alle generazioni precedenti. Ha descritto una gioventù caratterizzata da relativismo culturale, nichilismo, e la ricerca di identità in un contesto pluralistico in cui il sé viene sperimentato come frammentato piuttosto che come un centro unificato. Ha affermato il bisogno di stabilire relazioni con i giovani piuttosto che semplicemente tentare di offrire programmi; e la necessità di articolare la fede in una maniera che lasci spazio per le incertezze quando parla di impegni che coinvolgono tutta la vita.

Le differenze culturali e a volte teologiche, insieme alle sorprendenti somiglianze delle problematiche affrontate in contesti che variavano da Texas a Torino passando per la multi-culturalità di Toronto, la grintosa realtà urbana di Baltimora e una serie di contesti italiani, hanno contribuito ad una serie di discussioni vivaci e molto stimolanti. Molti pregiudizi sono stati abbattuti, amicizie costruite e un dialogo che ammetteva punti di vista a volte molto diversi e poi sorprendentemente molto simili. Ovviamente, nessuno dei problemi affrontati nelle relazioni e nelle discussioni è stato risolto; le tensioni e le problematiche delle società e delle chiese rappresentate non permettono di facili risoluzioni. Lo scambio di idee, di esperienze, di strategie e anche di indirizzi e-mail, però, significa che si affrontano in modo diverso, chissà se più creativo e con un po' più speranza ed energia.

lunedì 12 ottobre 2009

Documento finale del Colloquium

In a week dedicated to the theme; Christian Mission in a Secularised Society, we heard four papers which introduced us to four areas of concern and themes for discussion.

Christian Mission in a Secularised Age

The opening paper, Christian Mission in a Post Modern Culture, presented by Italo Benedetti, challenged us to consider the changing world in which we live and painted a picture of the current church. It pointed to the crisis of the church in attempting to respond to its rapidly changing context, as the world around it moves from a modern to a post-modern paradigm. The issues of this bumpy transition that most affect the church were around how people deal with knowledge and structure. From doctrine, through catechism onto church membership there is an articulation of rationality that no longer holds. Narratives have usurped propositions and diversity and experience have sidelined logic. He outlined the characteristics of the emerging church, less concerned with structure and more with spiritual formation, in which the questions have changed; from: how can I help my church grow? To; how can I contribute to the Kingdom's growth?. Italo concluded that a certain type of church and Christian expression was in demise: the fact that it is our expression rendered the question urgent. The church, he claimed, must accept transforming change and go through a transition that will at times be painful. Leaders may have to settle for the role or Isaiah and Jeremiah at the time of the exile; that of allowing the change to happen through small experiments.

In his response Laurie Barber affirmed that there is a hunger for God in people's hearts; that the crisis is not about Christianity, but Christendom. He also noted usefully that the cultural changes that the paper outlined where given poignancy by the experience of cross and multi cultural mission of many churches in the world today. Migration is changing the church. Laurie appreciated aspects of the new paradigm that led us back to understanding that the church is not the point, but the means to the end of God's mission. This mission will move us. We do not make it happen, but participate with God prayerfully, as conduits of the Spirit's work.

The wide-ranging discussion followed many threads. There was broad consensus that we are well into changeful times and that the paper had offered a helpful description of both older and emerging paradigms and something of the tensions and aspirations involved in the transition. This paradigm shift was in the main considered an opportunity, rather than simply a threat, though there was some questioning about whether history could be chartered in such a linear fashion. There was general agreement that the church needs to turn from being focused on its own processes and programs and move out into the wider communities and the wider world with a holistic gospel message, meeting people where they are.

Mission in a Spiritual Age

In her presentation Dr Joyce Bellous stated that all people are spiritual and asserted that churches could be more effective in both congregational health and mission if they were attentive to people's varying spiritual “styles”. A great deal of church conflict could thereby be alleviated. The four spiritual styles are identified as: word centered, emotion centered, symbol centered and action centered.

Church education can help churches towards literacy in these various languages of expression. Joyce has developed a Spiritual Styles Assessment tool for both adults and children to help them better understand themselves. Balancing all the styles helps to develop holistic environments that value and include everyone and so enrich the work of mission.

Sandro Spanu in his response made parallels between the paper and Romans 12: 3-5 underlining the image of the church as a body. He stated that “a church that evaluates different spiritualities operates already as a church in mission”. A church is called to practice communion with God and to build community while managing the differences expressed in the group.

A number of different discussion threads emerged. For instance, who decides which styles predominate, the pastor, the assembly? If the pastor is decisive what happens when she or he changes? The ideal was expressed as the “self-reflective pastor in happy standing with the church”. Do denominations reflect one predominate spiritual style or should services attempt to offer meaningful expression for all spiritual styles or languages? The answer to this question is important as the spirituals styles that find expression in a church will influence a church's engagement with the world around it. This tool was considered very useful for dealing with differences and conflict in the church. Conflict could be due to difference of spiritual language and alleviated by churches becoming more literate in the styles that Joyce has outlined. Such literacy could help in the church's mission as it could help translate people's less articulate search for spirituality and include people whose “style” was not the dominant one. There were some questions about how meaningful it was to say all people were spiritual, but the model did stress the often forgotten need to listen to people and hear what is their notion of God, before introducing these “idiosyncratic” notions to our experience of God as met in the scriptures.

Ethics: a Quest for Life.

Ethical questions continue to emerge as we are called to interpret life in a world that is constantly changing. Dr. Douglas Summers described a range of life and death issues that come into focus as medical and scientific advances offer new possibilities and dilemmas and as relationships and sensuality are redefined. In his paper Douglas noted the challenge facing the church of holding certain principals whilst being compassionate. He stated that in most of these questions we are relating to people in pain and therefore compassion is the priority.

In his response Martin Ibarra affirmed the approach of focusing on the pain and needs of real people rather than on judgments and universal prescriptions. As human persons we are defined and formed by the network of relationships in which we life and therefore life or the ethical questions surrounding life cannot be reduced to easy definitions. As churches we should be aware of the pain we have caused many people due to heavy judgments and easy answers given to difficult questions and should put these into tension with the open mercy of God. Life is a gift from God and we are charged with the responsibility to keep it human as we look for ways to live well.

Much of the discussion centered on the question of the sources of authority for ethical decision making; the relationship between scripture, science and living documents – the biographies of people we encounter and our own struggles. We also noted the missional aspect of ethics; as both witness to the gospel and engagement with people who often needed help in the circumstances of their lives. We discussed whether ethics was primarily an internal discussion for the church, focusing on formation of believers or whether it was a public exercise of offering answers or at least opinion in public debate. In this context we discussed whether scripture should be more usefully considered a resource for missional communities rather than a source of authority for our ethics.

The Gospel for the New Generation

Massimo Aprile defined youth as the “age in between” childhood and adulthood. He highlighted the impact of technological shifts and changing family patterns on young people, noting that their life's journey was more complex than that of previous generations. He noted that youth is characterized by cultural relativism, nihilism, and a search for identity in a pluralist context in which the self in experienced as fragmented, rather than a unified centre. Massimo proposed a response based on relationships rather than church programs. He also suggested that the biblical notions of promise and faith were useful in the quest for identity as resources since they leave space for uncertainty and at the same time call for commitment. He also brought to bear the tension of fullness and self-emptying expressed in our thinking on Christ in the cross and resurrection on the experience of nihilism in modern culture.

In his response Dr. Randy Wood affirmed the paper's description of the circumstances in which young people find themselves today. He added that churches had a role to play in their educational work of preparing children to be able to navigate the often difficult terrain of adolescence. Through tutoring on a range of practical and social skills the church could exercise a positive role in children's lives. He said that like Scrooge, in Dickens's Christmas Carol, we had seen a glimpse of the future and had the opportunity to change things for the wellbeing of the children amongst whom we live and minister.

In our discussions we noted that the description offered by Massimo described the life experience of diverse generations today. We reflected on the process that we undergo from belief – unbelief – committed belief, and the feeling that many people easily get grounded at the point of unbelief. The example of organizations, such as Greenpeace, with a strong hierarchy and clear directions shows how these things appeal to young people who often feel the lack of coordinates in their lives. We reflected on the need to share authentic stories, including those of loss and recovery. There was general agreement of the importance of hope and relationships in our ministry to young people.