lunedì 29 giugno 2009

Andiamo in ferie, ci rivediamo a settembre!


Evangelizzazione e disciplina

1. la disciplina comunitaria è parte del processo di evangelizzazione.
Evangelizzazione e disciplina sono entrambi atti di discepolato. Il mandato missionario di Matteo include predicazione, battesimo, formazione e disciplina (in quest’ordine). Se la nostra comprensione dell’evangelizzazione è il processo di liberazione delle persone dai legami del peccato, e la loro integrazione nella comunione di Cristo in una vita responsabile, questo processo inizia con la predicazione e si conclude con l’edificazione di una comunità fedele. La prima parte si chiama catecumenato e ti porta al battesimo, la seconda si chiama discepolato e ti porta alla santificazione. Se le nostre chiese perdono la completezza e la direzionalità di questo processo, vagano sbattuti a destra e sinistra.

2. La disciplina appartiene all’essenza della chiesa quanto l’evangelizzazione.
Una chiesa che non disciplina la propria vita è una chiesa che non evangelizza. Qual è il punto di evangelizzare e aggiungere persone alla chiesa se l’essere parte della chiesa non ha senso a causa del fatto che appartenervi o non appartenervi non fa nessuna differenza? La vita nella chiesa deve essere qualitativamente diversa dalla vita fuori dalla chiesa, oppure l’invito a farne parte non ha ragione di essere.

lunedì 22 giugno 2009

L'evangelizzazione come iniziativa di Dio

Nella Bibbia Dio stabilisce patti con l’umanità, siano essi singoli o popoli. Il fattore fondamentale di questi patti è l’iniziativa di Dio. Dio si rivolge e si propone all’umanità. Questo concetto biblico è posto in contrasto con la libertà umana, che è sempre salvaguardata. Il contesto di questa polarità iniziativa di Dio/libertà umana è sempre il ristabilimento di una relazione spezzata, il portare di nuovo insieme persone che hanno vissuto separate. Si tratta di un invito alla comunione.
L’evangelizzazione va vista sotto questa prospettiva dell’iniziativa di Dio di rivolgere un invito alla comunione con lui e di stabilire un patto di riconciliazione. Ciò evidenzia l’urgenza del compito.

giovedì 18 giugno 2009

Gesù è la vocazione umana




L’incarnazione di Dio in Cristo non significa che Dio ha assunto la natura umana così com’è, dandole il sigillo d’approvazione e facendo così coincidere la natura umana con la rivelazione di Dio; ma al contrario, in Gesù, Dio ha dato una nuova definizione di ciò che è umano. Gesù è colui che rivela la vera natura e vocazione degli esseri umani.

sabato 6 giugno 2009

La "filiera" della fede

La nostra logica ci porta a considerare l’iter del credente in questa direzione: credere – comportarsi – appartenere. Devi prima credere a Gesù Cristo, poi devi dare dimostrazione della tua fede, in ultimo appartieni alla chiesa con tutti i diritti e i doveri attraverso il battesimo. Per molti questo è un dato coerente con la posizione battesimale biblica: ascolti l’evangelo e, in presenza della fede, ricevi il battesimo. Ma questo non è un comandamento.

Perché non pensare di sovvertire questo ordine invitando prima le persone a far parte della comunità, poi lasciando che le persone imparino ad agire da credenti vivendo nella comunità cristiana e solo alla fine chiedere – se la fede è davvero nata – il battesimo come sigillo dello Spirito? Appartenere – comportarsi – credere.

Bisogna dire che nelle chiese ciò di fatto già avviene. Ci sono persone nelle comunità che vivono per anni come “membri” di chiesa, che in chiesa ascoltano l’evangelo, imparano a credere e cominciano a vivere come cristiani in un processo virtuoso di maturazione e che alla fine chiedono di essere battezzate. Solo che oggi, questi credenti vivono in una specie di “limbo” che non è teologicamente definito, che non è regolamentato e che crea imbarazzo ad ogni assemblea di chiesa.

Da un punto di vista biblico non è vero che l’ascolto dell’evangelo avvenga nel vuoto; da un punto di vista teologico sappiamo che l’iniziazione alla vita cristiana è un processo; e dal punto di vista pratico rende la missione l’essenza stessa della vita della chiesa.

giovedì 28 maggio 2009

Non "andate" in chiesa, "siate" la chiesa

La chiesa è un luogo di crescita e di maturazione (Efesini 4:7-16). L’edificazione della chiesa corre di pari passo con la crescita e la maturazione spirituale dei credenti. Edificare la chiesa significa far maturare i credenti e far maturare i credenti significa edificare la chiesa.

La comunità deve essere immediatamente percepita come un ambiente sicuro, amichevole, incoraggiante e solidale, dove la gente impara non solo a diventare cristiano, ma anche a diventare più umana.
Tanto più ci si sente membra del Corpo di Cristo, tanto più diventa necessario stare con i fratelli, tanto più la chiesa è formativa tanto più si sentirà la necessità della crescita.

Un credente, prima di essere un “membro di chiesa” è un missionario (Oncken diceva: “ogni battista è un missionario”), e prima di “andare in chiesa” dovrebbe “andare nel mondo”.
Troppa parte delle energie delle chiese vengono spese nei programmi ecclesiastici e nello sforzo di contare teste la domenica mattina. Forse bisognerebbe puntare maggiormente sulla formazione missionaria del semplice credente: comprendere la cultura contemporanea, imparare un linguaggio per la missione, superare gli scogli alla testimonianza, avere occasioni di confronto comunitario sulla propria missione.
Offrire corsi sugli aspetti più difficili della testimonianza evangelica, come: “amare il proprio nemico”, “porgere l’altra guancia”, “consumare in modo responsabile”… cioè studi orientati alla messa in pratica della Bibbia. Per il resto dare tempo ai credenti per instaurare delle relazioni umane significative in famiglia, sul lavoro, a scuola, nello sport, sui luoghi di volontariato ed impegno.

venerdì 22 maggio 2009

In missione per conto di Dio

La chiesa partecipa alla missione di Cristo.
La missione di Cristo nel mondo non si è conclusa con la sua morte e risurrezione.

Attraverso il dono dello Spirito Santo, la storia di Gesù diventa l’evangelo della chiesa per il mondo (Moltman). La natura stessa della chiesa è determinata dall’evento della sua nascita a Pentecoste, cioè è determinata dalla sua origine nello Spirito
Se il grande mandato (Matteo 19:28) dà le istruzioni per la missione, Pentecoste ne dà la potenza.

La missione non è un optional, ma è la natura stessa della chiesa. «I cristiani non sono i consumatori finali del vangelo» (McLaren), esso è lo strumento escatologico con cui Dio attua il proprio disegno nel mondo, e la chiesa ne è una funzione.

La chiesa deve avere chiara la consapevolezza di avere una missione nel mondo. Se è vero che essa è messa a parte, lo è per poi incarnarsi nel mondo attraverso la sua missione. La chiesa pertanto è amica del mondo.
La chiesa che conosce il mondo attraverso la missione, lo conosce, lo vede e lo riconosce così come è stato voluto da Dio, anche se si è allontanato dal suo proposito divino. La missione scaturice dallo stesso amore che ha avuto Dio per il mondo (Giovanni 3:16) e dallo stesso spirito di sacrificio.

lunedì 18 maggio 2009

La cospirazione divina

Esiste una relazione tra la Chiesa e l’avvento del regno di Dio. Lo sfondo escatologico non può essere sottovalutato senza rendere il discorso cristiano insensato. Cristo è venuto a restaurare e a porre di nuovo sotto il regno di Dio il mondo separato da lui a causa del peccato. 1 Corinzi 15:24 dice che Cristo «consegnerà il regno nelle mani di Dio Padre». Cristo non consegnerà al Padre una chiesa completata, ma un Regno compiuto.
La chiesa non deve né costruire, né considerarsi quel Regno. Invece è chiamata a sperimentare e a esprimere quel Regno. Compie ciò non facendo cose “sante”, ma facendo le cose secolari secondo giustizia.
Esiste un solo mondo, ed è quello in cui gli uomini vivono come esseri sia materiali sia spirituali. La chiesa non ha un proprio spazio al di fuori del mondo, ma, come parte del mondo consapevole dell’opera di Cristo, è mandata nel mondo (“la cospirazione divina” secondo la felice espressione di Dallas Willard).

lunedì 11 maggio 2009

Spirito e spiritualità


Lo Spirito Santo è lo Spirito di Cristo. Lo Spirito Santo è lo Spirito del Signore Gesù Cristo crocifisso, morto, risuscitato e alla destra di Dio. I cristiani non hanno una esperienza spirituale di natura religiosa, ma esattamente una esperienza di Cristo di natura spirituale (come Paolo sulla via di Damasco).
Lo Spirito Santo fa crescere un solo frutto (Galati 5:22-23), non possiamo confonderci. Chi viene in contatto con noi deve vedere quel frutto, non un altro.
La spiritualità cristiana non è qualcosa che attiene all’interiorità umana («La risposta è dentro di voi, però è sbagliata!» dice giustamente Quèlo), ma qualcosa di determinato dalla presenza di Cristo nella nostra vita. La nostra spiritualità ci fa guardare fuori di noi. Nella nostra epoca di spiritualità senza fede, la chiesa deve esercitare questo “discernimento degli spiriti”.

lunedì 4 maggio 2009

Cristo presente nella comunità

Noi conosciamo Cristo alla luce di Pentecoste. Gesù Cristo non è un personaggio all’origine della nostra storia, ma è vivo e presente nella sua Chiesa odierna. Questo deve far parte costante della nostra predicazione, della coscienza dei credenti e della consapevolezza della comunità cristiana.
Gesù Cristo è nostro contemporaneo, la sua presenza deve essere avvertita da chiunque entra in contatto con la predicazione, la chiesa o il semplice credente.
Esiste ovviamente una continuità tra la persona storica di Gesù di Nazaret e il Cristo di Pentecoste. Non possiamo avere un Cristo senza avere anche Gesù di Nazaret, la vita e la predicazione di Gesù sono normativi per il credente e la chiesa. Però il Cristo che noi abbiamo conosciuto è quello messo in luce dallo Spirito a Pentecoste che ci rivela Dio come Padre di Gesù Cristo e Gesù Cristo come il Figlio del Padre.

sabato 11 aprile 2009

Un nuovo denominazionalismo?

Le denominazioni – così come sono oggi – sono ancora lo strumento adatto alle nuove sfide che le chiese hanno davanti? Io credo di no.

La grande domanda della società post-cristiana alla chiesa è: “con quale autorità?” E’ l’autorità della Chiesa? In questo essa ha già fallito gestendo il potere con autoritarismo. E’ l’autorità delle Scritture? In questo essa ha già fallito con gli atteggiamenti neo-fondamentalisti. E’ l’ortodossia dottrinale? In questo essa ha già fallito con l’incapacità di parlare alla società reale. La società occidentale post-cristiana vuole vedere segni di integrità, comunità e credenti la cui autorevolezza si renda evidente dalla congruità di fede e vita. Non c’è nessuna fiducia data al nome di una denominazione, alla sua storia, alla sua generica presa di posizione sociale. Ciò che conta sono le persone e le comunità.

In questa visione, le chiese tornano ad essere comunità del Regno, non nel senso che lo costruiscono, ma nel senso che lo vivono. Le chiese evangeliche del terzo millennio sono consapevoli di essere comunità distinte dal mondo, ma incarnate in esso attraverso un senso profondo della missione. Essere chiese missionarie non significa più sostenere le missioni, ma avere una missione, essere in missione.
In questa visione, i credenti non sono membri di chiesa, ma “cittadini del Regno” impegnati in prima persona nella missione della chiesa esattamente nel luogo dove sono.
In questa visione, i pastori non sono né parroci, né vescovi, ma apostoli. Apostolo significa che egli è il leader della comunità, che ha la visione della testimonianza della comunità, che organizza la chiesa, che prepara la leadership e i membri alla missione. L’apostolo ha l’autorevolezza del vangelo che predica.
In questa visione, la denominazione, nell'epoca di Internet, è piuttosto il network. La comunità delle comunità in missione. Ossia comunità apostoliche profondamente legate al territorio, autarchiche sul piano della testimonianza, interconnesse sulla base della conversazione teologica, della condivisione delle esperienze e della comunanza degli obiettivi. Questa è la forma extra-light di denominazionalismo che sembra profilarsi. Le chiese non si concepiscono più in base ai loro rapporti economici ed amministrativi o in base a una pretesa omogeneità teologica.

La denominazione diventa sempre più: 1) La comunione delle comunità in missione che agisce sul piano dell’incoraggiamento, dell’entusiasmo, dello scambio di idee e di visione. 2) La struttura di servizio alla missione delle chiese che agisce sul piano della formazione e del reperimento “nella rete” delle competenze utili per le comunità. 3) Il motore della transizione dall’attuale forma alla futura, perché non tutte le chiese si trovano allo stesso punto di acquisizione della nuova realtà. La politica denominazionale è di diventare il contesto della crescita delle chiese, l’humus nel quale ciò che si semina cresce.