Inevitabilmente, ogni
mattina, il nostro sguardo si dirige ai media. I loro microfoni segnalano nuovi
casi di corruzione e annunciano cattive notizie per gli impoveriti. Il giornalismo investigativo è molto agitato
negli ultimi tempi. Siamo stanchi, sfiniti di ascoltare costantemente lo stesso
ritornello. Inoltre, di questi tempi l’economia reale non si muove in positivo.
I cittadini non vedono nessun bocciolo verde nella loro economia familiare.giovedì 26 settembre 2013
Inevitabilmente, ogni
mattina, il nostro sguardo si dirige ai media. I loro microfoni segnalano nuovi
casi di corruzione e annunciano cattive notizie per gli impoveriti. Il giornalismo investigativo è molto agitato
negli ultimi tempi. Siamo stanchi, sfiniti di ascoltare costantemente lo stesso
ritornello. Inoltre, di questi tempi l’economia reale non si muove in positivo.
I cittadini non vedono nessun bocciolo verde nella loro economia familiare.sabato 13 marzo 2010
Comunità cristiane per il XXI secolo
Mi sono sempre occupato dell’ecclesiologia nel suo aspetto teorico-teologico, qualcosa di necessario. Ma principalmente è stato oggetto del mio studio il passo seguente di tutta la riflessione: renderla carne, metterla in pratica, realizzarla in mezzo alla realtà delle chiese.Due articoli, una conversazione e la preoccupazione poco fa segnalata mi suggeriscono alcune riflessioni sul fatto comunitario cristiano nel suo aspetto liturgico.
In uno degli articoli che ho letto questa settimana si segnalava un fenomeno che sta sperimentando l’Unione Battista Britannica. Si tratta del considerevole aumento della frequenza ai suoi culti in rapporto alla diminuzione dei membri di chiesa. L’autore dell’articolo commentava la reticenza delle persone ad assumere impegni con le chiese locali.
Il secondo articolo faceva riferimento alla massiccia uscita dei cristiani latinoamericani dalle chiese istituzionali statunitensi per formare ciò che l’autore denomina “chiese organiche”. Gruppi di cristiani che si riuniscono nelle case senza le strutture proprie delle comunità istituzionali, per condividere le loro differenti esperienze di fede, la lettura delle Scritture e la Cena del Signore. Sono incontri, a mio modo di vedere, dove la conversazione prende il posto del discorso-sermone.
La conversazione che ho menzionato aveva a che vedere con le diverse comprensioni della liturgia da plasmare nelle celebrazioni domenicali cristiane. Parlavamo specialmente della formalità e dell’informalità di ordine culturale, della musica comunitaria utilizzata. Mentre alcuni cristiani sentono la mancanza dell’utilizzo dell’innologia classica e della formalità durante il culto, altri apprezzano quello che è stato definito “tempo di lode” e gli interventi estemporanei durante la celebrazione.
Quindi, dobbiamo dire che la comunità cristiana si deve reinventare costantemente nella sua riflessione storica. Lo ha sempre fatto, e deve continuare a farlo. Questo reinventarsi deve essere pensato dalla premessa che ci offre Gesù quando affermò che “l'uomo non è stato creato per il sabato”, ma piuttosto il contrario. Da questo punto dobbiamo prestare attenzione ai cambiamenti sociali e di usanze che stanno avvenendo nelle nostre società e nelle persone che ne fanno parte, in modo che la realtà cristiana sia rilevante e conforme alle sane aspettative che il Vangelo solleva.
Desideriamo raggiungere tutti con il Vangelo e perciò, nella maniera paolina, la comunità cristiana essendo libera da tutti, si farà serva di tutti – nella sua determinazione storica – per guadagnarne il maggior numero (1 Cor. 9:19). Per questo, ritengo che le nostre comunità, ben lungi ormai dal concetto antico di parrocchia, dovrebbero plasmare le proprie attività di incontro e di celebrazione su tre aspetti basilari.
Il primo aspetto ha a che vedere con le celebrazioni formali. Ciò significa che la comunità cristiana deve offrire celebrazioni la cui liturgia sia formale per supplire ai bisogni di quei cristiani che sono confortati da questi modelli liturgici (es.: liturgia riformata / innologia classica).
Il secondo aspetto è in relazione con quello che io definisco “liturgia conversazionale”. Cioè una liturgia che essendo formale non è formalista. Una liturgia che concede spazio alla conversazione e che non reprime gli estemporanei. Che utilizza una innologia contemporanea, ma che protegge i suoi contenuti dalla mediocrità di molti dei così mal chiamati “coretti” attuali, nei quali l’intimismo individualista e la fuga dalla realtà, attraverso i loro testi, sono frequenti.
Il terzo aspetto che propongo è lasciare spazio (libero da critica e proselitismo) nella comunità a coloro che, senza essere membri ufficiali o attivi, desiderano frequentare, a volte in modo aleatorio, le celebrazioni e le attività comunitarie.
Le comunità cristiane, senza rinunciare alle loro rispettive identità, devono optare per forme miste di celebrazione e di incontro con il preciso obiettivo di arrivare alle necessità esistenziali di tutti i loro membri e non. Delle comunità che siano spazi in cui tutti i cristiani si accolgono gli uni gli altri, non per contendere sopra opinioni (Rom. 14:1), ma per accompagnarsi reciprocamente nella crescita come persone.
La missione più caratteristica della chiesa è essere assemblea di incontro fraterno in cui i suoi partecipanti recuperano forse per realizzare la propria testimonianza cristiana nelle loro scuole, nei luoghi di lavoro, cristiani e non, sindacati, associazioni di vicini, movimenti sociali, partiti … Da qui l’importanza che le nostre celebrazioni liturgiche e gli spazi di incontro rispondano a tutte le sensibilità esistenti tra i cristiani e le cristiane del XXI secolo.
Ignacio Simal Camps
Da: Lupa Protestante – venerdì 12 marzo 2010
Ignacio Simal, Comunidades cristianas para el siglo XXI. Traduzione di Patrizia Tortora
sabato 23 gennaio 2010
Segnali di emersione - 4

I programmi delle chiese sono orientati a fare emergere ministeri locali valorizzando doti e talenti personali e puntando alla formazione di “quadri” o “intellettuali organici” (qualche volta persino sorvolando sui doni spirituali e la loro tenuta nel tempo). I membri sono quindi risorse per il lavoro della chiesa.
Il “genio” della Riforma protestante fu invece proprio quello di trasformare i laici in “preti”. La dottrina del “sacerdozio universale”, infatti, non fu altro che il tentativo di rendere ogni credente un sacerdote, ossia, non un parroco che ha responsabilità pastorali nella chiesa, ma un sacerdote in grado di mettere in relazione una persona con Dio.
Questa funzione viene riscoperta e ripristinata nelle chiese emergenti. I programmi delle chiese valorizzano soprattutto i doni spirituali e puntano alla formazione di missionari. I membri sono perciò risorse per la missione della chiesa.
sabato 9 gennaio 2010
UNA NECESSARIA MISTICA CRISTIANA (Enric Capò)
Tutti i credenti che sono arrivati a Dio, lo hanno fatto per strade diverse. Alcuni lo hanno fatto per una convinzione intellettuale, altri per affinità religiosa, altri per principi morali. In questo percorso sono intervenuti la mente, il cuore o la coscienza. E’ stata, senza dubbio, un’esperienza positiva e nella sua pratica hanno trovato ricchezza spirituale per le proprie vite. Però, non per tutti questa esperienza di Dio è stata globale, cioè un’esperienza che abbraccia tutto e coinvolge tutto. La fede per molti è rimasta ai margini, nella religiosità, nelle norme, nella moralità, nei riti, nelle usanze... Si limitano ad essere protestanti, cattolici o pentecostali. Non sono andati molto più in là, e ci sono molti che oggi stanno cercando altre esperienze interiori nelle quali trovare la pienezza a cui l’essere umano aspira. E, spesso, lo fanno nei circoli esoterici di altre culture che sono giunte ad esperienze mistiche di grande trascendenza. La mistica è un’esperienza comune a tutte le religioni, ma non sempre trova le strade giuste per esprimersi con chiarezza.
Tra noi evangelici, la mistica non è ben accolta. L’abbiamo associata alle esperienze straordinarie ed irraggiungibili dei grandi mistici spagnoli e ci sembra che sia fuori dalla nostra portata, per il suo carattere straordinario e per non essersi adattata ai parametri della dottrina comunemente accettata. Ma nessuna di queste due caratteristiche deve intimorirci. La fede cristiana si muove sul terreno di ciò che è straordinario, incomprensibile, fantastico e, spesso, anche i grandi credenti, nell’esprimersi con chiarezza, hanno rasentato l’eresia. Pertanto, la mistica è un’opzione cristiana che deve entrare pienamente nella nostra vita di fede. Sicuramente non ci sarà possibile raggiungere le cime che ci descrivono coloro che chiamiamo mistici, però c’è un altro livello, quello della vita di tutti i giorni, in cui l’esperienza mistica deve trovare posto. Le cose ci andranno male se nella nostra vita di fede ci conformeremo ad una convinzione intellettuale, ad una sottomissione alle norme religiose o ad una scelta per ragioni morali. Se non arriviamo ad un altro livello, alla scoperta della presenza di Dio in noi ed alla possibilità della relazione e della comunione con Lui, resteremo ai limiti del cristianesimo, nei suoi postulati puramente religiosi. Resteremo dentro i limiti di ciò che chiamiamo religione cristiana, che è giusta e buona, ma non sufficiente. Perderemo la ragione principale dell’essere cristiani: essere una cosa sola con Cristo e vivere la fede al livello dell’esperienza di Dio.
Il grande mistico che è stato l’apostolo Paolo è un esempio di come vivere la vita cristiana. In Paolo si trova la mistica come esperienza precisa, così come potremmo trovarla in San Giovanni della Croce o in Teresa d’Avila, e la mistica come esperienza quotidiana, di tutti i giorni. Sarà difficile seguirlo nel suo viaggio al terzo cielo (2 Cor. 12:2), ma è gratificante accompagnarlo nel suo viaggio verso la vita interiore (Rom. 7:7) in cui giunge ad una tale comunione con Dio che non gli è più possibile distinguere tra la sua vita e quella di Cristo in lui: “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal. 2:20). E’ una mistica di tutti i giorni che ispirò il pensiero e tutta la vita dell’apostolo. La sua vita e la sua comunicazione della fede sono impregnate dall’esperienza della sua conversione e dalla rivelazione che ricevette (Gal. 1:12) durante il suo soggiorno nel deserto dell’Arabia. Giunse ad una tale intimità con Dio da affermare di avere la mente di Cristo e questa è una possibilità aperta a tutti i credenti (1 Cor. 2:16).
Se non si realizza questa esperienza, è molto dubbioso che possiamo parlare di cristiani nel senso profondo del termine, benché accettabile nel suo significato sociologico. Essere cristiano implica un’unione mistica del credente con Cristo. Si tratta di un incontro con Dio, ma non all’esterno, dove “oggettiviamo” tutto, ma nella vita interiore. Non troveremo Dio attraverso le cinque strade che propone Tommaso D’Aquino per provare la sua esistenza, né nelle speculazioni filosofiche di Anselmo di Canterbury, né nelle grandi cerimonie ecclesiastiche. Non c’è un Dio lì fuori che possa essere trovato dalla ragione umana. C’è un Dio, il nostro Dio, nella profondità della vita, lì dove troviamo noi stessi e, facendolo, ci vediamo nello specchio di Dio.
Cercare Dio implica un viaggio nella parte interiore della vita, nelle sue profondità, dove non ci sono finzioni né scuse, dove troviamo l’autenticità della vita ed in essa quello che realmente siamo: i nostri limiti, i nostri errori, la nostra piccolezza e, al tempo stesso, la nostra grandezza come esseri umani pensati da Dio, amati da Lui e da Lui riscattati. E’ lì, nel più profondo della vita, dove recuperiamo la nostra autostima quando ci sentiamo confrontati con la realtà dell’amore di Dio. La fede non è un credo, né una dottrina, né una pratica, ma un’esperienza di ciò che è trascendentale, del Dio che sta nel fondo della vita, che ci si è manifestato in Cristo e ci invita ad una vita di comunione e di amore. Una comunione che ci trasforma e ci conduce ad una vita nuova, quella dell’amore verso tutti gli uomini, specialmente verso quelli che sono vicini e verso i più piccoli, gli emarginati e gli oppressi del nostro mondo.
L’unione mistica del credente con Cristo è all’origine della pace interiore, della gioia permanente, della vita rinnovata. Non è un atteggiamento di attesa davanti a ciò che ci accadrà nel futuro, né una chiamata alla pazienza nella speranza della realizzazione del regno di Dio. E’ un presente pieno di luce e di gioia. Per chi vive in Cristo, “le cose vecchie sono passate e sono diventate nuove” (2 Cor. 5:17). Vive la nuova realtà del regno di Dio, che non è solo speranza del futuro, ma una promessa ed una realtà del presente. Paolo ci dice che “se speriamo in Cristo per questa vita soltanto, siamo i più miserabili degli uomini” (1 Cor. 15:19), ma è anche vero il contrario: chi spera in Cristo solo per l’altra vita si perde ciò che di più prezioso c’è nel presente.
Chi vive in modo autentico l’unione mistica con Dio, gode di una vita di pienezza. Non ci sono più tenebre né timori. La morte ed il sepolcro hanno perso il loro orrore. Ha sperimentato la nuova creazione in Cristo e nella sua prospettiva del futuro, non c’è nessuna condanna, ciò non significa che sia esente dai mali di questo mondo, ma che si trova nelle mani di Cristo e che Lui ha il controllo della sua vita. Forse non vivrà momenti di esaltazione religiosa, né esperienze straordinarie di Dio, ma questo non è importante. La cosa fondamentale è essersi sintonizzato con Dio e vivere l’esperienza di Dio come un’esperienza quotidiana, rinnovata ogni mattina, vissuta nella gioia della salvezza di Colui che si manifesta come l’Amore: Dio. Naturalmente, il futuro del cristianesimo in Europa e nel mondo è nelle mani di Dio, però lo ha messo anche nelle mani di quei suoi amici di tutti i giorni, che vivono in comunione con Lui e diffondono in questo mondo la sua luce.
Enric Capó (Lupa protestante, sabato 2 gennaio 2010) - http://www.lupaprotestante.com/
Traduzione dallo Spagnolo di Patrizia Tortora
mercoledì 6 gennaio 2010
Segnali di emergenza - 3
I programmi di formazione delle chiese sono orientati a formare membri di chiesa (il pacchetto per i nuovi membri della chiesa di Roma Teatro Valle, ad esempio, è composto dal regolamento, dalla tessera delle contribuzioni e dall’elenco telefonico dei membri). Il messaggio è molto chiaro: seguire Gesù non è altro che essere un buon membro di chiesa, discepolo = membro.sabato 26 dicembre 2009
Carta per la compassione

Il principio della compassione risiede nel cuore di tutte le tradizioni religiose, etiche e spirituali, e ci chiede di comportarci con gli altri nello stesso modo in cui vorremmo che gli altri si comportassero con noi. La compassione ci spinge senza tregua ad alleviare la sofferenza delle persone, ci fa scendere dal trono posto al centro del nostro mondo per far sì che qualcun’altro possa salirci, ci fa onorare l’inviolabile santità di ogni essere umano, trattando tutti allo stesso modo, senza eccezioni, con assoluta giustizia, equità e rispetto.
~ di ristabilire l’antico principio secondo il quale sono illegittime le interpretazioni della scrittura in cui si incita alla violenza, all’odio o al disprezzo
~ di assicurare ai giovani un’informazione dettagliata e rispettosa sulle tradizioni, sulle religioni e sulle culture
~ di incoraggiare una visione positiva della diversità culturale e religiosa
~ di essere empatici con chi soffre – persino con chi consideriamo nemico.
lunedì 14 dicembre 2009
Segnali di emergenza - 2

I credenti sono sempre meno attenti alla crescita della chiesa e sempre più sensibili alla trasformazione del proprio ambiente vitale. L’evangelo non è per restare seduti sulle panche, ma per battere le strade. La domanda non è più “come posso far crescere la chiesa”, ma “come posso far crescere il regno di Dio”. L’obiettivo della missione è sempre meno chiamare le persone in chiesa, chiamare le persone a Cristo, e sempre più andare dalle persone, portare Cristo. L’intento evangelistico è sempre meno invitare le persone in chiesa e sempre più infiltrarsi nella società. L’evangelizzazione non è più uno dei programmi della chiesa accanto agli altri, ma è il senso stesso della chiesa che informa ogni sua attività (la chiesa è “missionale”). Gli stessi membri di chiesa dividono i loro contributi tra la chiesa e le altre agenzie di aiuto sociale e molte chiese preferiscono diminuire il contributo alla denominazione per finanziare progetti laici locali come testimonianza della loro presenza sul territorio. Molti vedono la pulizia asettica delle chiese in stridente contrasto con la sporcizia e il degrado delle periferie e una patente contraddizione con la capacità di Gesù di sporcarsi che emerge dai vangeli.
venerdì 27 novembre 2009
Segnali di emergenza - 1

Troppo spesso chi si converte, invece di trovare Cristo, finisce in una chiesa. Sempre più persone lasciano le comunità per preservare la loro fede; sentono che la chiesa non contribuisce più alla loro crescita spirituale, né rappresenta un conforto nei momenti difficili della vita. Si stima che il 5% dei cristiani a livello globale debbano essere considerati senza affiliazione, “post-congregational” nei termini della sociologia ecclesiastica statunitense e che questa percentuale raddoppierà entro quindici anni. I programmi e le attività delle chiese sono giudicati inadeguati ad incontrare la nuova richiesta di genuina vitalità spirituale. Chi si converte vuole trovare una esperienza trasformante (cioè vedere la propria vita trasformata, la propria città cambiata, il proprio contributo valorizzato, il proprio spirito curato, la propria competenza umana accresciuta, ecc.). L’appello cristiano è alla conversione a Cristo e le chiese devono mantenere questa promessa.
lunedì 9 novembre 2009
Caratteristiche ecclesiologiche emergenti (parte II)

La conoscenza e la riflessione teologica è maggiormente distribuita. Come nel cloud computing, la conoscenza non viene “salvata” centralmente sull’hard disk, ma on line, ed è disponibile a quanti vogliono accedervi. Questo significa che sta cambiando radicalmente il modo di relazionarsi alla “verità”. La conoscenza e l’esistenza teologica non risiedono esclusivamente nel mondo accademico, l’unico ad averne la chiave di accesso; ma la riflessione teologica diventa una esperienza condivisa (come avviene con Wikipedia). La chiesa è open source, chi è in grado di dare soluzioni praticabili e condivise ai problemi teologici che si affacciano riceve il riconoscimento dell’autorevolezza (come avviene con Google). Questa “conoscenza corporata” può avvenire solo se tutti sono connessi.
La guida delle comunità è dei “visionari”. Nelle chiese emergenti l’ambiente determina le decisioni. In questa situazione il ruolo della leadership è quella di aiutare la comunità a cambiare la percezione di una situazione. I leader non “annunciano” il cambiamento, ma provvedono le risorse per il cambiamento, in modo che questo dalla base arrivi al vertice. La leadership traccia linee, facilita la comunicazione con l’esterno, connette le persone, collega programmi e attività, e riceve il feedback per un nuovo circolo ermeneutico.
lunedì 2 novembre 2009
Caratteristiche ecclesiologiche emergenti (parte I)

· Le chiese diventano dei “sistemi aperti”. Si percepisce una maggiore apertura verso l’ambiente circostante e il contesto culturale. I confini tra “dentro” e “fuori” la chiesa o tra la vita comunitaria e la vita cittadina sono meno delineati. Questo porta maggiore possibilità di contaminazione e quindi di maggiore squilibrio, ma in generale le chiese sanno essere più sensibili verso quanto avviene nella società circostante e nella cultura, e quindi anche più reattive nel rispondere alle sollecitazioni e in definitiva con maggiore possibilità di incidere positivamente.
· Le chiese sembrano più adattabili. Per il motivo di cui sopra, il genio delle chiese emergenti è di essere molto radicate localmente. Chiese molto simili, anche nella stessa città, possono essere organizzate in modi molto diversi proprio per la loro apertura e capacità reattiva. Questo significa un alto grado di dipendenza della chiesa dal contesto culturale e sociale che la ospita e un alto grado di localismo (non di tipo tribale come lo conosciamo oggi, ma di tipo incarnazionale).
· Le chiese sono più pronte al cambiamento. Qui si vede il circolo virtuoso in cui sembrano inserite alcune chiese: sensibilità all’ambiente, adattabilità, cambiamento e infine capacità di incidere socialmente e culturalmente. Le chiese sono in grado di “imparare”. I piccoli miglioramenti nel ministero comunitario diventano esperienza e patrimonio “in rete”; non si riflette sui cambiamenti da apportare al livello denominazionale (“esperti” che vengono raccolti in “comitati” che producono “documenti” che le comunità “studiano” per poterli poi “applicare” nella propria realtà), ma ogni team pastorale ha la responsabilità, localmente, per il proprio ministero, di apportare tutti i miglioramenti necessari. Sono queste innovazioni di basso profilo che, sul lungo periodo, hanno prodotto, per il loro effetto cumulativo, cambiamenti radicali nella configurazione della chiesa e del suo ministero. Quindi:
o Capacità di ricevere, comprendere ed interpretare i segnali provenienti dall’ambiente
o Capacità di rispondere creativamente attraverso nuove caratteristiche organizzative
o Capacità di influenzare l’ambiente esterno in modo reattivo e creativo
lunedì 26 ottobre 2009
La missione cristiana nella società postmoderna (Mark Ord)

Fra il 5 e il 9 ottobre si è tenuto il primo Baptist Theological Colloquium of Rome presso i locali della chiesa Battista di Teatro Valle. L'iniziativa, promossa dall'UCEBI e la Lott Carey Mission Convention negli Stati Uniti, ha portato teologi e pastori nord-americani, canadesi e italiani insieme per una settimana di discussioni e confronto sul tema: “La Missione della Chiesa in una Società Secolarizzata”. Questi momenti di dialogo sono stati abbinati a visite a luoghi di importanza storica per le chiese cristiane, come ad esempio l'itinerario di San Paolo a Roma e ai Musei del Vaticano.
La discussione e riflessione sono state alimentate dalla presentazione di quattro relazioni. “La Missione Cristiana nella Cultura Postmoderna” presentata dal pastore Italo Benedetti, ha descritto le sfide che le chiese affrontano mentre la società cambia da una paradigma moderno a quello post-moderno. In questo spostamento culturale la gente affronta le questioni di conoscenza e autorità secondo criteri non più di logica e razionalità, ma di una pluralità di narrative ed esperienze. Italo Benedetti ha poi descritto una chiesa emergente, meno preoccupata di struttura e appartenenza e più interessata di questioni di formazione spirituale e umana e la missione di Dio nel mondo.
La professoressa Joyce Bellous della McMaster University in Ontario, Canada ha parlato sulla “Missione in una Età Spirituale”. È partita dalla convinzione che tutte le persone sono spirituali e ha affermato che le chiese, a livello di cura pastorale e missione, farebbero bene ad essere più attente alle diversità di stili o linguaggi spirituali che caratterizzano le persone. La dott. Bellous ha identificato quattro stili, come quelli centrati sulla parola, sull'emozione, sul simbolico e sull'azione e ha sviluppato una risorsa per evidenziare le varie espressioni di spiritualità, mirata ad aiutare le comunità a diventare più alfabetizzate nei vari linguaggi spirituali e quindi più in grado di affrontare e risolvere i conflitti.
Il dott. Douglas Summers ha descritto una gamma di problematiche etiche che si presentano oggi mentre i progressi scientifici e tecnologici e le nuove configurazioni di rapporti umani e le nuove espressioni di sessualità offrono nuove possibilità per la vita e allo stesso tempo sollevano nuovi dilemmi. Nella sua relazione “Etica: la Ricerca della Vita”, ha discusso la tensione tra aderire a principi solidi ed essere comunità che esprimono la compassione di Dio; concludendo che le chiese, nell'affrontare le questioni etiche, si rapportano con persone in situazione di sofferenza e che quindi la priorità delle chiese dovrebbe essere quella di manifestare l’aperta misericordia di Dio.
Il pastore Massimo Aprile nell'ultima relazione intitolata; “il Vangelo per la Nuova Generazione”, ha commentato l'impatto che le nuove tecnologie e i cambiamenti nel vissuto famigliare hanno sui giovani di oggi, notando che questi hanno spesso un percorso di vita più complesso rispetto alle generazioni precedenti. Ha descritto una gioventù caratterizzata da relativismo culturale, nichilismo, e la ricerca di identità in un contesto pluralistico in cui il sé viene sperimentato come frammentato piuttosto che come un centro unificato. Ha affermato il bisogno di stabilire relazioni con i giovani piuttosto che semplicemente tentare di offrire programmi; e la necessità di articolare la fede in una maniera che lasci spazio per le incertezze quando parla di impegni che coinvolgono tutta la vita.
Le differenze culturali e a volte teologiche, insieme alle sorprendenti somiglianze delle problematiche affrontate in contesti che variavano da Texas a Torino passando per la multi-culturalità di Toronto, la grintosa realtà urbana di Baltimora e una serie di contesti italiani, hanno contribuito ad una serie di discussioni vivaci e molto stimolanti. Molti pregiudizi sono stati abbattuti, amicizie costruite e un dialogo che ammetteva punti di vista a volte molto diversi e poi sorprendentemente molto simili. Ovviamente, nessuno dei problemi affrontati nelle relazioni e nelle discussioni è stato risolto; le tensioni e le problematiche delle società e delle chiese rappresentate non permettono di facili risoluzioni. Lo scambio di idee, di esperienze, di strategie e anche di indirizzi e-mail, però, significa che si affrontano in modo diverso, chissà se più creativo e con un po' più speranza ed energia.
lunedì 12 ottobre 2009
Documento finale del Colloquium

In a week dedicated to the theme; Christian Mission in a Secularised Society, we heard four papers which introduced us to four areas of concern and themes for discussion.
lunedì 28 settembre 2009
Convegno "emergente" a Roma!
mercoledì 23 settembre 2009
Brevissima storia del fondamentalismo

Verso la metà dell’800 l’evangelismo americano cominciò a spaccarsi tra liberali e conservatori. Ai primi del ‘900 la frattura si consolidò in due campi, quello del Federal Council of Churches (poi chiamato National Council of Christian Churches), formalmente istituzionalizzato nel 1908, e quello che si coagulò nel movimento fondamentalista. Le linee di divisione non erano chiare, si può dire che i liberali tendevano ad interessarsi ai temi sociali, mentre i fondamentalisti si preoccupavano maggiormente della moralità privata. Nel 1913 una serie di opuscoli furono pubblicati con il titolo complessivo di The Fundamentals, da cui prese nome il movimento. La divisione tra liberali e fondamentalisti era sostanzialmente una questione interna alle denominazioni. Con lo Scopes trial, il cosiddetto “processo alla scimmia” che a Daytona contrappose William Jennings Bryan a John Scopes sull’insegnamento della teoria darwinista nella scuola, iniziò il lungo periodo delle controversie denominazionali che opposero i due schieramenti. I modernisti, come venivano chiamati allora i liberali, ebbero la meglio su ogni controversia e alla fine estromisero i fondamentalisti da tutte le posizioni denominazionali. In più, i fondamentalisti furono coperti di ridicolo dalla stampa nazionale. Essere fondamentalista era diventato imbarazzante. In questo periodo nacquero anche alcune denominazioni fondamentaliste che raccoglievano le chiese fuoriuscite dalle denominazioni nazionali e le chiese indipendenti formate dagli evangelizzatori; ma la stragrande parte dei fondamentalisti non abbandonò le denominazioni, entrando in una specie di clandestinità. I legami erano tenuti e rafforzati nelle conferenze missionarie, nelle scuole bibliche e nei seminari, nelle agenzie missionarie e nelle istituzioni paraecclesiastiche. Tutti erano convinti che del fondamentalismo non se ne sarebbe più sentito parlare.
La parte contata come liberale nelle denominazioni non era però veramente tale. In verità, a parte qualche militante, da annoverare di solito tra gli intellettuali o i dirigenti ecclesiastici, la massa delle chiese era di sentimenti evangelici molto simili a quelli in voga prima della separazione. Inoltre, molti di coloro che si ritrovarono dalla parte dei fondamentalisti cominciarono ad avere a noia gli atteggiamenti rigidi tipici della propria leadership e presero a distanziarsene. Nel 1940 nacque l’American Council of Christian Churches che raccoglieva i fondamentalisti più intransigenti e l’anno successivo nacque la National Association of Evangelicals che raggruppava i moderati. Da quest’ultima nacque il fenomeno dell’evangelicalismo. Dopo la Seconda Guerra Mondiale Harold Ockenga, Carl F. H. Henry e Billy Graham cominciarono a dare visibilità ad un movimento in crescita vertiginosa con una capacità strategica esemplare (Wheaton College, Fuller Seminary, InterVarsity Press, Christianity Today, radio e televisione, ecc. oggi tutti luoghi di eccellenza teologica), dimostrando di essere «una forza capace di mutare significativamente la cultura, o sintomatica di un cambiamento significativo nella dinamica della cultura».
Qual è la differenza tra fondamentalismo ed evangelicalismo? «Le due ortodossie hanno differenti ortoprassi; cioè, mentre evangelicalismo e fondamentalismo condividono le medesime proposizioni cognitive, essi praticano le loro credenze in modi così differenti che, per trovare ciò in cui essi veramente credono, si deve andare oltre le loro formulazioni dogmatiche ereditate.» La differenza tra evangelicals e fondamentalisti risiede proprio nel loro atteggiamento verso la cultura. H. Richard Niebuhr disse che gli evangelicals propendevano per un modello “Cristo che trasforma la cultura”. Essi si rivolgono alle maggioranze e danno loro un chiaro senso di minoranza. Jimmy Carter, Jesse Jackson ed altri evangelicals hanno reso evidente che una teologia conservatrice non indica affatto anche una politica conservatrice.
lunedì 29 giugno 2009
Evangelizzazione e disciplina
1. la disciplina comunitaria è parte del processo di evangelizzazione.Evangelizzazione e disciplina sono entrambi atti di discepolato. Il mandato missionario di Matteo include predicazione, battesimo, formazione e disciplina (in quest’ordine). Se la nostra comprensione dell’evangelizzazione è il processo di liberazione delle persone dai legami del peccato, e la loro integrazione nella comunione di Cristo in una vita responsabile, questo processo inizia con la predicazione e si conclude con l’edificazione di una comunità fedele. La prima parte si chiama catecumenato e ti porta al battesimo, la seconda si chiama discepolato e ti porta alla santificazione. Se le nostre chiese perdono la completezza e la direzionalità di questo processo, vagano sbattuti a destra e sinistra.
2. La disciplina appartiene all’essenza della chiesa quanto l’evangelizzazione.
Una chiesa che non disciplina la propria vita è una chiesa che non evangelizza. Qual è il punto di evangelizzare e aggiungere persone alla chiesa se l’essere parte della chiesa non ha senso a causa del fatto che appartenervi o non appartenervi non fa nessuna differenza? La vita nella chiesa deve essere qualitativamente diversa dalla vita fuori dalla chiesa, oppure l’invito a farne parte non ha ragione di essere.
lunedì 22 giugno 2009
L'evangelizzazione come iniziativa di Dio
Nella Bibbia Dio stabilisce patti con l’umanità, siano essi singoli o popoli. Il fattore fondamentale di questi patti è l’iniziativa di Dio. Dio si rivolge e si propone all’umanità. Questo concetto biblico è posto in contrasto con la libertà umana, che è sempre salvaguardata. Il contesto di questa polarità iniziativa di Dio/libertà umana è sempre il ristabilimento di una relazione spezzata, il portare di nuovo insieme persone che hanno vissuto separate. Si tratta di un invito alla comunione.L’evangelizzazione va vista sotto questa prospettiva dell’iniziativa di Dio di rivolgere un invito alla comunione con lui e di stabilire un patto di riconciliazione. Ciò evidenzia l’urgenza del compito.
giovedì 18 giugno 2009
Gesù è la vocazione umana
sabato 6 giugno 2009
La "filiera" della fede
La nostra logica ci porta a considerare l’iter del credente in questa direzione: credere – comportarsi – appartenere. Devi prima credere a Gesù Cristo, poi devi dare dimostrazione della tua fede, in ultimo appartieni alla chiesa con tutti i diritti e i doveri attraverso il battesimo. Per molti questo è un dato coerente con la posizione battesimale biblica: ascolti l’evangelo e, in presenza della fede, ricevi il battesimo. Ma questo non è un comandamento.Perché non pensare di sovvertire questo ordine invitando prima le persone a far parte della comunità, poi lasciando che le persone imparino ad agire da credenti vivendo nella comunità cristiana e solo alla fine chiedere – se la fede è davvero nata – il battesimo come sigillo dello Spirito? Appartenere – comportarsi – credere.
Bisogna dire che nelle chiese ciò di fatto già avviene. Ci sono persone nelle comunità che vivono per anni come “membri” di chiesa, che in chiesa ascoltano l’evangelo, imparano a credere e cominciano a vivere come cristiani in un processo virtuoso di maturazione e che alla fine chiedono di essere battezzate. Solo che oggi, questi credenti vivono in una specie di “limbo” che non è teologicamente definito, che non è regolamentato e che crea imbarazzo ad ogni assemblea di chiesa.
Da un punto di vista biblico non è vero che l’ascolto dell’evangelo avvenga nel vuoto; da un punto di vista teologico sappiamo che l’iniziazione alla vita cristiana è un processo; e dal punto di vista pratico rende la missione l’essenza stessa della vita della chiesa.
giovedì 28 maggio 2009
Non "andate" in chiesa, "siate" la chiesa
La chiesa è un luogo di crescita e di maturazione (Efesini 4:7-16). L’edificazione della chiesa corre di pari passo con la crescita e la maturazione spirituale dei credenti. Edificare la chiesa significa far maturare i credenti e far maturare i credenti significa edificare la chiesa.La comunità deve essere immediatamente percepita come un ambiente sicuro, amichevole, incoraggiante e solidale, dove la gente impara non solo a diventare cristiano, ma anche a diventare più umana.
Tanto più ci si sente membra del Corpo di Cristo, tanto più diventa necessario stare con i fratelli, tanto più la chiesa è formativa tanto più si sentirà la necessità della crescita.
Un credente, prima di essere un “membro di chiesa” è un missionario (Oncken diceva: “ogni battista è un missionario”), e prima di “andare in chiesa” dovrebbe “andare nel mondo”.Troppa parte delle energie delle chiese vengono spese nei programmi ecclesiastici e nello sforzo di contare teste la domenica mattina. Forse bisognerebbe puntare maggiormente sulla formazione missionaria del semplice credente: comprendere la cultura contemporanea, imparare un linguaggio per la missione, superare gli scogli alla testimonianza, avere occasioni di confronto comunitario sulla propria missione.
Offrire corsi sugli aspetti più difficili della testimonianza evangelica, come: “amare il proprio nemico”, “porgere l’altra guancia”, “consumare in modo responsabile”… cioè studi orientati alla messa in pratica della Bibbia. Per il resto dare tempo ai credenti per instaurare delle relazioni umane significative in famiglia, sul lavoro, a scuola, nello sport, sui luoghi di volontariato ed impegno.

